Operazione welfare. Una proposta.

1. Premesse 


  
Noi
vogliamo essere flessibili senza dover subire la precarietà. In altri
termini vogliamo ribadire la supremazia del "diritto alla scelta
del lavoro" sul semplice "diritto al lavoro" (qualunque
esso sia).
 


  
Dopo
quasi trent’anni di propaganda neoliberista a favore del concetto di
flessibilità, inganno semantico che cela realtà di precarietà sempre
più generalizzata e capillare in tutta Europa, è necessario indicare
un traguardo di autotutela sociale. Si tratta di fornire una risposta
radicale agli ammortizzatori sociali, vere e proprie elemosine di non-diritti
proposte da buona parte del centro-sinistra. Gli ammortizzatori sono
pallidi palliativi per tenere sotto controllo le conseguenze nefaste
della precarietà esplosa dopo il pacchetto Treu, che ha innescato il
processo di sostituzione di contratti tipici con contratti atipici e
precari e continuata con la legge 30 (Biagi). L’effetto della legge
Treu era stato di estendere le possibilità di lavoro precario in modo
quantitativo mentre la Legge 30 ha lo scopo di consolidare i guadagni
che le imprese traggono dalla precarietà e garantire il peggio possibile
a chi è da poco entrato o si appresta a entrare nel mercato del lavoro.
In questa breve nota vengono descritte alcune misure concrete per la
garanzia di reddito e per l’accesso ai servizi primari della socialità,
con indicazioni relative alle forme del loro finanziamento. Inoltre,
viene avanzata la proposta di introduzione di un salario orario minimo
e di riduzione delle forme contrattuali oggi previste per i rapporti
di lavoro
 


  
Intendiamo
presentare una proposta di riforma avanzata del welfare, adeguata alle
nuove forme di accumulazione della realtà capitalistica avanzata.
Al riguardo occorre fare alcune premesse, che rappresentano i punti
di partenza di tale proposta:
 


 

  1. È necessario separare
    assistenza da previdenza. L’Italia è l’unico paese occidentale
    in cui tale separazione, seppur legiferata nel 1996 con la riforma previdenziale
    del governo Dini, non è attuata. Tale separazione è necessaria perché
    i contributi sociali, oggi gestiti dall’Inps in un bilancio autonomo,
    rappresentano reddito differito da lavoro e da impresa. Tali versamenti
    non possono, né devono essere utilizzati per finanziare forme di sussidio
    al reddito a cui non corrisponde un versamento contributivo. Ciò consentirebbe
    di separare il tema della previdenza da quello di garantire sussidi
    universali al reddito. L’introduzione di forme di reddito minimo o
    non minimo sono altra cosa delle pensioni. I due problemi devono essere
    affrontati con strumenti di bilancio separati. Qualunque intervento
    di garanzia di reddito deve quindi essere finanziato dalla fiscalità
    generale. E’ necessario in proposito un superamento (e non semplicemente
    un allargamento) degli attuali strumenti di ammortizzazione sociale.
    Il nodo delle prensioni deve essere affrontato in separata sede. Proposte
    come quella del ministro Brunetta di garantire 500 euro mensili ai giovani
    perché escano di casa (obiettivo più che condivisibile, seppur demagogicamene
    minimale) non possono essere finanziati dai contributi previdenziali,
    che, fino a prova contraria, al pari del Tfr, sono  parte integrante
    del reddito a lavoro.
  1. Per interventi di
    welfare in senso stretto (come la costituzione di una cassa sociale
    per il reddito di base o per i servizi, vedi oltre) è necessario predisporre
    un bilancio autonomo di sostenibilità sociale, al cui interno, un volta
    declinato su base regionale e nazionale, devono comparire tutte le voci
    di entrata e di spesa, in modo separato dagli altri capitoli di spesa.
  1. Occorre ridefinire
    le categorie economiche di lavoro e impresa. In un contesto sociale
    dove la separazione tra lavoro dipendente e lavoro indipendente è 
    sempre più difficile per il sorgere di figure professionali e
    giuridiche che coniugano attività formalmente non subordinata con forme
    di etero direzione e dipendenza molto forti, non ha senso considerare,
    ad esempio, le ditte individuali, le imprese con due o tre addetti o
    le attività di consulenza e di collaborazione (partite Iva e quant’altro)
    come attività puramente d’impresa. Nella maggior parte dei casi si
    tratta di vere e proprie attività di lavoro, che oggi, dal punto di
    vista contributivo, normativo e fiscale sono considerate alla stregua
    di SpA. Il bisarchista che trasporta le auto della Fiat non è socialmente,
    né economicamente equiparabile alla famiglia Agnelli.

 

2. Garanzia
di reddito e accesso ai servizi primari e alla socialità
 


  
Il
primo obiettivo è quello di garantire la continuità di reddito,
in modo generalizzato e incondizionato: un reddito corrisposto a:
 

* chiunque
perda il lavoro per risoluzione di contratto, licenziamento, cessazione
di missione interinale, cessazione di progetto parasubordinato o
 

* si trovi
ad affrontare la cessazione del flusso di reddito associata a un’attività
lavorativa di qualunque tipo, in particolare free-lance, o
 

* pur avendo
anche condizioni di stabilità di lavoro, percepisca un reddito inferiore
ad una soglia che consenta di godere una vita piena e dignitosa.
 


  
A
tal fine proponiamo di costituire una Cassa Sociale per il Reddito di
Base per finanziare il rischio di disoccupazione, infortunio, malattia,
maternità, ecc., ecc. Tale cassa è adibita anche ll’erogazione di
un’Indennità di accesso universale alla maternità, per garantire il
diritto alla maternità consapevole nonché di un’Indennità speciale
ai disoccupati espulsi dal lavoro "garantito". Quest’ultima
indennità è costituita da una parte pecuniaria in aggiunta all’eventuale
reddito derivante da mobilità o continuità e da una parte di formazione
permanente da svolgersi in università e centri pubblici come presso
associazioni e spazi sociali a scelta del disoccupato.
 


  
In
tema di accesso ai servizi primari e alla socialità, si propone la
costituzione di una Cassa municipale per i servizi sociali, il cui compito
è fornire una carta di servizi che consenta un accesso sussidiato per
i precari a casa, media, trasporti, cultura, formazione, sia in termini
di accesso a spazi e strutture sia in termini di tariffe gratuite o
scontate. In particolare, un sussidio sull’affitto che copra la parte
di canone in eccesso al 50% del reddito percepito, l’istituzione di
contributi a fondo perduto erogati a gruppi e associazioni formali e
informali di giovani che abbiano natura di solidarietà sociale, tutela
ambientale e innovazione culturale.
 


  
Per
quanto riguarda il finanziamento, la Cassa Sociale per il reddito e
dei Servizi sociali, è necessario costituire un bilancio autonomo a
tutti i livelli di erogazione.
 


  
Più 
nello specifico, la Cassa Sociale per il reddito dovrebbe essere alimentata
dalla fiscalità generale, all’interno della Legge Finanziaria.
 


  
La
Cassa municipale per i servizi sociali è finanziata esclusivamente
dalla fiscalità regionale e municipale e sulla base dei finanziamenti
centrali: in altre parole, si tratta di ragionare e fare proposte riguardo
all’introduzione e ridefinizione delle imposte su plusvalenze immobiliari,
entrate cedolari, dividendi azionari, patrimoni familiari, tassa di
successione. Ad esse si dovrebbero aggiungere imposizioni relative all’uso
del territorio (tasse di localizzazione e di fabbricato, ad esempio,
per i centri commerciali, e altre attività produttive che lucrano profitti
sulla base del loro posizionamento spaziale).
 


  
Più 
in particolare si potrebbe ragionare sui seguenti punti specifici:
 

Riguardo la
fiscalità generale:

* introduzione
di un addizionali Ire basata su due scaglioni, comunque non superiore
al 5%;

* introduzione
di una tassa indiretta (I.v.a.) sull’intermediazione di lavoro a carico
della società interinale (5%) e dell’impresa committente (5%),
calcolata sul valore lordo della prestazione lavorativa in oggetto;

* addizionale
speciale Ire sulle attività finanziario-creditizie-assicurative
 

Riguardo la
fiscalità regionale

* trasferimenti
dal potere centrale;

* introduzione
di progressività nell’ICI (laddove è ancora operante) a seconda della
destinazione d’uso dell’immobile;

* introduzione
e riforma di una tassa di localizzazione per le attività produttive
(modello Irap) che sfruttano posizione territoriali vantaggiose, destinate
all’attività di consumo, magazzinaggio, turismo e svago..

Si tratta solo
di alcune proposte, su cui crediamo valga la pena di ragionare.
 


  
Inoltre
teniamo conto che la costituzione di un bilancio autonomo di welfare
a livello regionale (come auspicato dalla L. 328-2000 (Legge quadro
di riforma del welfare locale) che tagli trasversalmente i poteri decisionali
in tema di servizi e di welfare gestiti dai singoli assessorati, oltre
a aumentare il grado di trasparenza, eviterebbe l’esistenza di interventi
non coordinati, con un effetto di risparmio che calcoliamo (sulla base
dell’esperienza della Regioni Friuli V.G. per il triennio 2005-2007:
cfr. www.or-win.it) tra il 6 e l’8% dell’intero bilancio regionale.
In Lombardia, poiché il bilancio è di circa 220 milioni di euro, il
risparmio ammonterebbe a circa 15 milioni.
 
 

3. Salario
orario minimo e riduzione forme contrattuali
 


  
Proponiamo
inoltre l’istituzione di un Salario Minimo di almeno 10 euro lordi l’ora
con forti maggiorazioni per le ore supplementari e straordinarie, forte
limitazione del lavoro festivo nel commercio, nella prospettiva di un
Salario Minimo Europeo al di sotto del quale gli standard sociali dell’Europa
non possano cadere. Tale Salario minimo è applicato per tutte le prestazioni
lavorative non contrattualizzate e a tutti i contratti precari, per
i quali non esiste a livello contrattuale, la definizione di uno stipendio/salario
mensile continuativo.


  
Facciamo
degli esempi: un lavoratore occasionale, stage, interinale, apprendista
a termine, stagionale, viene pagato a ore con una cifra che non può
per legge essere inferiore ai 10 euro lordi all’ora, a prescindere dall’attività
lavorativa svolta. Può, ovviamente essere superiore. Chi ha un contratto
continuativo (a tempo pieno o a tempo ridotto) percepisce un salario
mensile (non orario) che viene contrattualizzato sulla base degli accordi
sindacali esistenti.


  
In
tema di diritto del lavoro, infine, oggi sono sono più di 35 le
tipologie contrattuali esistenti. Da dieci anni a questa parte è cresciuta
una giungla di norme giuslavoriste, continuamente aggirate e/o piegate,
creando un vero e proprio apartheid del lavoro che ha polverizzato la
rappresentazione collettiva della forza lavoro nell’interesse di aziende
tanto fameliche e antisociali quanto strategicamente incapaci. Il divide
et impera del neoliberismo (oggi in crisi ideologicamente, ma non per
questo non ancora debellato nella pratica) si fonda su mercati del lavoro
marcatamente duali, divisi tra coloro che vengono definiti "garantiti"
e coloro che non vengono definiti tali. L’Italia è il paese che presenta
il numero più elevato di contratti di lavoro e di buste-paga inintelligibili.


  
E’
quindi "ragionevole" proporre una riduzione massiccia delle
tipologie contrattuali. Una semplificazione in questo senso sarebbe
una conquista importantissima. Altresì siamo convinti che il senso
(la direzione) di questa semplificazione possa essere chiarito solo
dal carattere e dalla


  
forza
dei conflitti. I contratti a tempo determinato e indeterminato, nelle
forme piene o part time più un’unica formulazione di lavoro flessibile
ci sembrano in prima approssimazione un orizzonte plausibile

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